Il primo intervento
Eravamo arrivati all’operatività su terreno scoperto dopo un percorso ad ostacoli, non certo con naturalezza e facilità, e anche per questo stentavo ancora a crederci e guardavo Manduc come qualcosa di magico e prezioso. Lui invece non aveva smesso di considerarmi la sua migliore compagna di giochi, che sempre più spesso si metteva in divisa, faceva la faccia seria e si aspettava da lui un comportamento irreprensibile.
Avevo dato la mia disponibilità per la prima settimana di reperibilità di quell’estate con una particolare attenzione rispetto agli impegni lavorativi: non dovevo avere in ballo nulla su cui non potessi essere agevolmente sostituita, prendendomi un giorno di ferie.
I giorni scorrevano lenti e io conducevo un’esistenza ritiratissima, solo casa e lavoro, niente cinema, niente cene con gli amici, percorsi velocissimi da una postazione telefonica all’altra. Ovviamente non possedevo un cellulare.
Eravamo già arrivati a giovedì e ancora nessuno si era perso nei boschi, complice anche il tempo incerto. Non sapevo se gioirne o esserne delusa, anche se la coscienza mi rimordeva per quest’ultimo, ignobile, sentimento.
Alle 16.26, quando già stavo pensando di tornare a casa dal lavoro, arrivò la telefonata: era stata trovata la macchina di un uomo scomparso da casa da due giorni in cima alla valle…e l’appuntamento con gli altri soccorritori era previsto per le 17.00 nel cortile della caserma dei Vigili del Fuoco di …
Mi scaraventai sulla bicicletta, odiandomi per non aver preso l’automobile proprio quel giorno, e corsi a casa mentre cominciavano a cadere le prime gocce di pioggia.
Indossai rapidamente la divisa, preparai lo zaino e caricai Manduc in macchina.
Dopo pochi chilometri la pioggia era diventata un acquazzone e pensai che avevo dimenticato un asciugamano per Manduc. Di tornare indietro nemmeno parlarne, così mi fermai ad un distributore per acquistare un panno che ovviamente non c’era.
Ancora qualche minuto e l’acquazzone si era trasformato in un autentico nubifragio, con tuoni e fulmini e il cielo sempre più scuro. Quasi tutte le macchine accostavano sul ciglio della strada per la visibilità ridottissima, mentre io continuavo a guidare con il cuore in gola per la paura di arrivare in ritardo. E intanto un nuovo motivo d’ansia mi toglieva il fiato: Manduc aveva paura dei temporali e se la cosa succedeva mentre si trovava a casa correva immediatamente a rifugiarsi sotto il letto. Chissà se sarebbe riuscito a lavorare!
Arrivammo tra i primi alla caserma dei pompieri e poco dopo si formò la colonna di macchine verso la partenza della ricerca. L’altra unità cinofila era formata da Fabrizio e Pablo, molto più esperti di me.
Le ricerche partivano a raggiera da un laghetto freddissimo, vicino al quale era stata trovata la macchina. Si temeva un gesto disperato e proprio per questo erano stati chiamati anche i sommozzatori. A me venne affidata la zona boscosa sulla collina soprastante il laghetto, mentre Fabrizio doveva cercare il basso, attorno alla diga.
Quando diedi a Manduc il mio primo “cerca!” vero, sotto la pioggia e con i tuoni che ancora rumoreggiavano lontani, successe qualcosa di nuovo e di speciale. Ancora adesso sono sicura che capì che non si trattava di un’esercitazione e che il tempo dei giochi era finito o comunque relegato ad altri momenti. Mi diede un’occhiata in cerca di consenso e partì, per la sua prima ricerca, il nostro primo intervento. Temevo che non si sarebbe staccato da me per la paura del temporale e invece cominciò a spaziare, sia verso l’alto che negli avvallamenti più scoscesi, dove io e i due vigili che camminavano dietro di me non potevamo scendere.
Dopo neppure venti minuti la radio ci avvertì che la persona scomparsa era stata ritrovata quasi subito dai sommozzatori nel laghetto e iniziammo la strada del ritorno.
Feci un giro molto largo per tornare alla macchina passando lontano dal lago, ma non potei comunque evitare di trovarmi a pochi metri dall’uomo, trasformato dal freddo della morte e dell’acqua in una irriconoscibile statua di fango.
Ringraziai gli altri soccorritori ma non riuscii ad unirmi a loro per un panino o una bibita. Tornai a casa e mi misi subito a letto.
Quella notte non riuscii a dormire.
Maria Serena Tait