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Una civile protezione civile

Finale Emilia, 4 febbraio 2007

Quando si parla di “protezione civile” di solito ci sono guai in atto oppure precise ricorrenze o festività nelle quali indossare divise pulite e ben stirate. In mezzo a queste due opportunità raramente c’è qualcosa per noi cittadini che stiamo a guardare. Eppure il lavoro più impegnativo e forse più pesante di chi opera nella grande famiglia della protezione civile, sta proprio lì in mezzo, quando non si deve agire in stato di emergenza, ma nemmeno sfilare con la divisa inamidata. Il lavoro più importante sta nell’allenamento continuo e tenace, nella preparazione costante del personale e delle strutture in previsione di quello che non si vorrebbe mai che accadesse. C’è gente che dedica un paio di sere a settimana, e a volte anche di più, per prepararsi al peggio, anzi… per prepararsi a dare il meglio nelle situazioni peggiori.
Qualche giorno fa ho avuto l’occasione (e anche un po’ l’onore) di seguire da vicino la trasferta in terra d’Emilia dell’associazione “Scuola provinciale cani da ricerca e catastrofe”. La meta era una zona dall’antica denominazione di Otesia, dove la locale e consorella associazione aveva messo a disposizione una “maceria”, cioè una distesa di detriti e relitti urbani sulla quale esercitarsi nella ricerca di persone sepolte. L’ambiente era decisamente angosciante, e non poteva essere diverso, visto che doveva far pensare a un gruppo di case distrutte dal terremoto, così c’erano mattoni, cavi di metallo arrugginito e spuntoni di cemento che coprivano passaggi sotterranei e botole nelle quali si doveva nascondere chi si fingeva disperso e sotterrato dalle macerie.
Il cielo era bigio e spirava un’aria gelida che tagliava la pelle, in Trentino avevamo lasciato il sole di un inverno caldo e fasullo, ma lì mancava ben poco di quanto solitamente si associa alla desolazione di un terremoto, c’erano il freddo, l’umidità, la tensione… Non c’era per fortuna il peggio, cioè lo sgomento e la disperazione, le urla di dolore e di paura, è vero, ma di quelle tutti noi facevamo volentieri a meno.
Io mi ero piazzata su una piattaforma dalla quale potevo assistere a quanto avveniva sulla maceria, battevo i denti dal freddo, nonostante fossi coperta da strati e strati d’indumenti, ma non mi sono persa niente dello spettacolo. Sotto di me i cani e gli umani si muovevano in simbiosi, come se fossero un’unica cosa. E in effetti così erano e così sono, non ci ho messo molto, infatti, a capire il significato del concetto di “unità cinofila”, un connubio indissolubile fatto di una persona e di un animale, entrambi tesi verso un unico obiettivo.
Era da lì che veniva la tensione che si sentiva nell’aria, dal fatto che due entità (una a due zampe e l’altra a quattro) stavano svolgendo un compito molto importante, nel quale non accettavano di fallire. E poco importava che sotto le macerie ci fossero figuranti infreddoliti al posto di persone ferite nel corpo e nell’anima. Entrambi i componenti dell’unità cinofila si muovevano con estrema attenzione, pronti a cogliere qualsiasi indizio che mostrasse loro dove andare e cosa fare. Era come una sfida, un gioco serio e impegnativo nel quale si voleva vincere ad ogni costo.
Partono assieme ma il primo passo tocca all’uomo. Lui si guarda attorno in cerca di un indizio su cui impostare una strategia di ricerca, ci pensa un attimo, poi si china sul suo cane e gli dice: “Va’, cerca!”, con forza e senza esitazioni.
L’animale alza lo sguardo, osserva la mano che gli indica la direzione e comincia a muoversi. Ora spetta a lui darsi da fare, salta su un cumulo di mattoni, annusa e va oltre, supera un camino divelto, un muro sbrecciato e un tombino coperto da sassi e detriti. Si sposta con agilità e armonia, a tratti tiene il muso drizzato per seguire un sentore che nuota nell’aria, poi, di colpo, lo abbassa e procede col naso che sfiora i detriti. Un guizzo, una giravolta e va ancora più in là, sembra non trovare pace, poi, all’improvviso, si ferma, alza il capo e lo scuote indeciso, da sotto gli arriva qualcosa di flebile, non un lamento o un indizio preciso che gli imponga una sosta, solo un effluvio sottile che forse è niente o magari è già tutto.
Un salto, due balzi in avanti, un giro lontano in cerca di odori diversi, poi torna all’indietro e si ferma nel posto in cui prima aveva avvertito qualcosa di tanto leggero da farsi ignorare. Fiuta un sasso annerito, uno spiraglio tra due tegole, un ciuffo di muschio, gira in tondo, con la zampa sposta un mattone e annusa la terra. Poi alza il muso, abbaia e scuote la coda, la muove con forza per dire al suo amico “corri!, è qui, l’ho trovato!”.
E l’uomo che è poco lontano e mai l’ha perso di vista, lo raggiunge in un attimo, col cuore che batte veloce si abbassa e scruta il terreno, sposta un sasso, una lastra di metallo o un pezzo di legno e cerca…, questo è compito suo, a lui manca il fiuto, ma ha due mani possenti. E finalmente capisce, lì sotto c’è qualcuno, lui non lo sente, ma sa di non sbagliare, si fida del suo cane che è il suo complemento, perché non ha mani, ma un fiuto potente.
E io, intanto, dall’alto della mia pedana guardo la gioia del cane e dell’uomo e mi sento tremare. L’aria è gelida, ma non avverto freddo mentre batto le mani contenta, il mio tremore viene da ben altro, ho appena assistito al ritrovamento di una persona, forse di un ferito che piange, di un morente che rantola o magari di un bambino atterrito dal buio della casa che gli è appena crollata sul viso. Mi sento emozionata, ho i brividi e mi viene da piangere.
Poi, d’un tratto, tutto cambia di nuovo, si apre una botola e dalle macerie sbuca la testa di una donna, lei ride contenta e per niente impaurita, allunga una mano e carezza il pelo del cane che l’ha appena trovata e che le lecca la faccia, gli porge qualcosa di buono, un boccone che sa di vittoria e anche un po’ di felicità. Un attimo di festa, poi si torna al lavoro, la maceria è grande e c’è ancora da fare, “vai amico…, cerca!”.

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Luisa Pachera (Scrittrice ed editorialista del "Trentino")